Il caso di Abu Zaid Dorda, pesante ombra sulla “nuova” Libia

di Marinella Correggia
Roma, 23 marzo 2013

Ecco un caso che alcuni gruppi di libici esiliati – con incerto status – in Tunisia ed Egitto cercano di porre all’attenzione distratta del mondo, come esempio della situazione di caos armato che prevale nella Libia plasmata dalla guerra Nato. Come all’attenzione del distratto interesse dell’opinione pubblica e dei governi internazionali vengono reiterate le denunce di Amnesty International e di Human Right Watchs, sia sulla disperazione dei migranti ora alle prese con i campi di concentramento della nuova Libia, che rispetto alle condizioni disumane delle carceri dove da più di un anno e mezzo giacciono senza speranza centinaia di persone arrestate senza accusa.

Abu Zaid Dorda, 65 anni, ha ricoperto in passato il ruolo di ambasciatore della fu Jamahiriya libica. Come molti di coloro che non sono saltati sul carro dei vincitori sponsorizzati dall’Occidente, è ora un reietto. Si trova in prigione dall’11 settembre 2011 pur non essendo in alcun modo ritenuto responsabile di crimini da alcuna istanza, né libica né internazionale: la Corte penale internazionale ha spiccato un frettoloso mandato d’arresto solo per Muammar Gheddafi poi defunto, suo figlio Saif e Abdullah Senoussi, entrambi prigionieri in Libia e che rischiano la condanna a morte, vietata dalla Corte penale internazionale.

Dorda fu arrestato da una delle brigate di Abdelhakim Belhaj, ex prigioniero a Guantanamo come terrorista di Al Qaeda e fortunosamente diventato, dopo la caduta e morte di Gheddafi, capo militare di Tripoli. Dopo l’arresto, le milizie armate che infestano la nuova Libia se lo sono passato di mano per interrogarlo. Il prigioniero ha sempre rifiutato di rispondere se non in presenza del suo avvocato e a domande poste dal ministro della giustizia. Il 25 ottobre 2011 la milizia che detiene Dorda lo fa interrogare ancora da quattro uomini armati arrivati da Jadu, sulle montagne libiche occidentali. Al rifiuto di Dorda lo minaccia pesantemente di fargli fare subito la fine di Gheddafi. Dorda scappa sul balcone pensando di buttarsi di sotto ma desiste, è il secondo piano. A quel punto però è la milizia che lo getta giù. Emorragia interna, gamba rotta e danno ai reni. Lo lasciano a terra per un po’, ma non possono ucciderlo per via delle persone accorse e lo portano all’ospedale. Egli dice al dottore e alla famiglia che in varie occasione le milizie l’hanno minacciato di morte. I medici sostengono che egli debba rimanere in ospedale, ma dopo pochi giorni, un gruppo armato lo preleva e lo porta all’aeroporto di Mitiga a Tripoli, dove la sua salute peggiora. Quasi smette di mangiare ritenendo di aver ricevuto cibo avvelenato.

Quando il suo stato diventa troppo grave, e grazie alle pressione di gruppi umanitari, viene riportato in ospedale. Là riceve spesso la «visita» di uomini armati, che in un’occasione ingaggiano una sparatoria vicino al letto; una delle sue guardie carcerarie muore.

Il 26 aprile 2012 viene prelevato dall’ospedale e portato in luogo ignoto a tutti, compresi i medici curanti. Dopo qualche giorno si viene a sapere che Belhaj lo aveva portato al Consiglio militare di Tripoli, dove sono detenuti altri funzionari dell’ex governo. Da allora niente cure mediche fino a quando non viene interrogato da gente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che poi gli dice di non aver trovato prove di delitti e gli promette un tempestivo rilascio. Ma poco dopo, d’improvviso, il Cnt annuncia che sarà sottoposto a processo, benché non abbia mai potuto incontrare un avvocato né si sia dato modo a quest’ultimo di preparare la difesa, fornendogli i materiali d’accusa. Per questa ragione in effetti la prima udienza viene subito rinviata. Alla seconda udienza l’avvocato nominato continua a non sapere nulla del caso, né gli viene concesso di incontrare Dorda. Così il processo continua a essere rimandato. A quel punto Dorda manda un rapporto alla Corte suprema libica sollevando l’incostituzionalità del processo. Dopo un paio di mesi la Corte gli dà ragione, blocca il processo e avvia una indagine su quel che è successo a Dorda in cattività.

Ma ormai sono passati molti mesi, troppi, siamo al 2013 e niente è cambiato. Egli continua a «vivere» in prigione in condizioni disumane. Dopo tre mesi di isolamento senza possibilità di vista nemmeno di parenti, è stato spostato in una stanza con altri tre detenuti civili che non sanno, anche loro, di cosa sono accusati. A Dorda sono negate anche le telefonate alla famiglia. Nelle rare occasioni in cui la visita della famiglia viene concessa, egli non può parlare liberamente perché l’incontro avviene in presenza delle guardie. Nena News

Articolo pubblicato il 19 marzo 2013 dal quotidiano Il Manifesto